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La prima “enciclica” di papa Francesco

Inserito il 21/03/2013 11:42

Categoria: Presidenza

una riflessione su Papa Francesco scritta dall'amico Mons. Vittorio Peri, già Consulente Ecclesiastico Nazionale del Centro Sportivo Italiano, studioso di Santa Caterina e già rettore del Seminario di Assisi.

La prima “enciclica” di papa Francesco

 

            Papa Francesco – il primo latino-americano sulla cattedra di Pietro, il primo papa gesuita e il primo a chiamarsi Francesco -  la sua prima lettera enciclica l’ha già scritta. Nella prima settimana del suo pontificato. Una lettera letta e subito compresa da qualche miliardo di persone: cristiani e non cristiani, credenti e non credenti, dotti e analfabeti. Scritta non con l’inchiostro, ma con gesti e parole di travolgente forza comunicativa che si ricorderanno a lungo. Gli scritti si dimenticano presto, ma i segni visibili si raccontano, e restano impressi nella memoria per generazioni.

            E’ sufficiente leggere la prima pagina di questa enciclica, presentata da papa Francesco appena un’ora dopo la sua elezione, dalla Loggia esterna della Basilica vaticana. Erano le 20,22 di mercoledì 13 marzo. Vi sono adombrati i fondamentali tratti della sua personalità e del ministero apostolico. Eccone alcuni:   

      ►Il confidenziale “buona sera!” con cui ha sorpreso tutti, e forse anche sconcertato coloro che si aspettavano qualcosa di più solenne e… consono al ruolo. Buona sera? Ma non è il semplice saluto che al calar del giorno ci diamo incontrandoci per strada, soprattutto tra amici? Sì, è quello.  Un saluto del tutto familiare.  

      ►I destinatari del saluto, chiamati “cari fratelli e sorelle”, invece che “figli e figlie”. Per dirsi fratello anzitutto, prima ancora che padre. Per mettersi insieme alla gente, prima ancora che davanti ad essa, come secoli prima aveva scritto il grande sant’Agostino: “Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”.

      ►Il riferimento ai cardinali che l’avevano appena eletto, chiamati non eminentissimi, ma fratelli. Quasi per dire: sarà la fraternità a connotare i nostri rapporti, non il distaccato stile manierato e formalistico; sarà il confidenziale “tu” a sostituire il rituale “lei”. Quel tu che pronunciamo ogni giorno nella preghiera del Padre nostro, e che si usa tra fratelli e amici.

      ►L’originale, umilissima richiesta di essere benedetto, prima ancora che di benedire. Come per dire: ho bisogno anch’io della benedizione di Dio e di quella vostra, sul mio nuovo servizio alla Chiesa e al mondo. A memoria d’uomo, una cosa mai accaduta.

      ►Lo stupefacente silenzio calato di colpo sulla piazza. Una folgorante e muta riflessione sulla necessità del silenzio: luogo ove fiorisce lo Spirito, finestra da cui Dio si affaccia sul cuore della persona umana.

      ►La modesta croce pettorale di ferro, invece che d’oro. Per dire a tutti che, diversamente, nessuno potrebbe leggere, senza arrossire, la celebre risposta di Pietro – il primo papa – allo storpio che gli chiedeva l’elemosina: “Non possiedo né oro né argento…” (Atti, 3 6).

      ►La sobria mantellina bianca, al posto della tradizionale “mozzetta” rossa. Il rifiuto del superfluo,  di cui siamo ancora troppo ricchi.

      ►Il suo presentarsi, come vescovo di Roma – “la Chiesa che presiede nella carità tutte le Chiese” -  prima ancora che come papa. Per evidenziare che su questo titolo si fonda il suo essere romano pontefice, capo del collegio dei vescovi e pastore qui in terra della Chiesa universdale. Una lezione teologica in perfetta coerenza con il concilio Vaticano II che ha integrato l’ecclesiologia universale del secondo millennio con l’ecclesiologia locale prevalente nell’epoca apostolica, patristica e nella tradizione orientale.

      Parole e segni all’apparenza modesti. Ma la novità di una stagione ecclesiale attesa da molti è stata percepita immediatamente, e con inedita commozione, dal mondo intero.

      Sono in tanti a pensare che le sorprese continueranno, e che la “potenza dei segni”, anacronistici e spesso mondani, cederà il posto ai “segni della potenza” evangelica.

      Ma è giusto, poi, parlare di sorprese? E perché chiamare sorprese le cose normali? La vera sorpresa non è forse quella di vedere, in mondo in continuo cambiamento, che tutto resta come prima e che tante anacronistiche abitudini continuino a prevalere sulle esigenze del Vangelo e sulle istanze del Concilio, oltre che sulle attese del popolo di Dio?   

      Deo gratias dunque, per questa enciclica non scritta,  e … anche a te, papa Francesco!

 

                                                                                                    d. Vittorio Peri

 

 




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