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Un pallone per amico

Inserito il 25/06/2014 23:09

Categoria: Presidenza

Il CSI incontra i detenuti della casa di reclusione Ranza San Gimignano

25 Giugno 2014 una giornata particolare con i detenuti della Casa di Reclusione Ranza – San Gimignano

 

di Giuseppe Ingrosso

 

La Casa di Reclusione di San Gimignano dista pochi chilometri dal centro ma pare completamente sperduta nella natura. Salvo i fornitori e il personale, sono rare le macchine che percorrono l’unica strada per accedervi.

Siamo stati invitati per un’amichevole, organizzata dal CSI, contro i ragazzi del carcere. Arriviamo al parcheggio che precede la struttura penitenziaria e ci dicono che, per motivi di ordine pubblico, bisogna cambiarci lì. Copriamo la distanza rimanente con il ticchettare degli scarpini sull’asfalto, che in un certo senso richiama al ritmo militare delle squadriglie. Dei nostri avversari sappiamo poco. Hanno due ore d’aria in cui inserire la partita (altre due le hanno il pomeriggio), giocano un atipico calcio a 10, e da febbraio svolgono un corso guidato da Ilario Giambrocolo e Filippo Gioffrè, due volte al mese, nel loro campo sportivo, ovvero dove andremo a giocare.

Dopo una serie di doverosi accertamenti incontriamo la direttrice, poi superiamo la cinta carceraria e a quel punto siamo dentro. L’ingresso al campo è lungo e desolato. Allentiamo il passo per studiare un ambiente a noi sconosciuto. Ai nostri lati scorrono le piccole dimore dei detenuti, con il bucato appena steso che poggia dalle finestre. Poi, svoltato l’angolo, ecco apparire lo ‘stadio’.

IL CAMPO – L’avesse visto Villaggio, d’inverno ci avrebbe girato il celeberrimo scontro tra scapoli e ammogliati. D’estate pare invece un’ambientazione da spaghetti western rivisitata in ottica ‘cartoon’: un misto tra le polveriere del Texas e i campi sconfinati di Holly e Benji. Ma ancor più spettacolare è l’arrivo dei padroni di casa. Immaginatevi le note epiche di “The Final Countdown”, o la soundtrack del Gladiatore, mentre scendono in campo dodici calciatori in completo azzurro. Più che calciatori sembrano rugbisti. Un occhio al campo, l’altro ai rivali. Sì, sarà dura.

IL PREPARTITA – Basta il riscaldamento per rendersi conto del diverso grado di preparazione. Loro si muovono a gruppo, sincronizzati e concentratissimi sull’impostazione della gara. Noi tutt’al più improvvisiamo un anarchico torello, con la solita – ingenua - convinzione che “tanto fa caldo, a che serve riscaldarsi?’”. Intanto arriva una buona notizia. Hanno accettato il patteggiamento (altro che ‘ricatto bello e buono’, come diceva Conte; per noi è una manna dal cielo) di giocare a undici e non dieci come si era temuto. Un uomo in più e, probabilmente, un malanno in meno. Adesso tocca agli allenatori ritoccare i moduli predisposti.

LE FORMAZIONI – Il cambiamento inaspettato non sorprende Mister Basili, che dall’alto della sua esperienza invoca un ormai anacronistico 4-4-2 per puntare sugli esterni e (soprattutto) a non prenderle. Dall’altra parte il duo G&G (Giambrocolo-Gioffrè) apparecchia un 3-5-2 che abbina tecnica e muscoli in difesa e brio e fantasia dalla cintola in su. In mediana spicca il sosia di Arevalo Rios. Testa pelata, faccia da combattente, baricentro basso; verrebbe da chiedergli se davvero fosse da rosso il fallo di Marchisio. La star è il loro 10, un gigante di due metri che ha fatto tutta la trafila nelle giovanili albanesi prima di sbarcare in Italia. Da calciofili senesi, l’accostamento con Bogdani è naturale quanto ingannevole. Ricorda più Edgar Cani del Bari, ma il suo ruolo – rifinitore dietro le punte – rende impossibile un vero paragone. “Non preoccupatevi, ormai non si allena da tanto” – provano a tranquillizzarci le guardie-spettatori. Ma il suo fisico d’acciaio smentisce in un istante le loro parole.

IL MATCH – Un fischio preoccupato di Samuele Rusci dà inizio alla partita. Nonostante l’evidente gap fisico e la partenza in quinta degli azzurri, teniamo botta alle iniziative dei padroni di casa sfruttando un’arma inaspettata per i praticanti del calcio a 7, il fuorigioco. Le decine di segnalazioni di off-side - dovute in parte all’eccessivo entusiasmo di mettersi in mostra dei loro attaccanti, in parte alla pietà di Rusci nei nostri confronti – saranno determinanti ad evitare un passivo umiliante. Fatto sta che, come chi lo sa, passiamo in vantaggio due volte. Prima con una bella azione corale, poi con un fortuito autogol che nemmeno la moviola in campo avrebbe chiarito, tanto era il polverone alzato dall’ammucchiata in area di rigore. Ma l’illusione dura veramente poco. G&G ricorrono al 4-3-1-2 per tamponare le fasce e liberare dal marasma di mezzo il talento di Cani, che prima pennella l’assist per la zuccata del loro centravanti (numero 9) e poi realizza il due pari. Il primo tempo si chiude con un altro gol del 9, ma tutto sommato - sul perdere 3-2 dopo 30’ - ci avremmo messo la firma.

SECONDO TEMPO – Nella ripresa iniziamo a comprendere come mai Prandelli abbia così tanto invocato il time out tecnico. Intanto, mentre cerchiamo di respirare col turn-over, loro cambiano solo il portiere perché non hanno (e non ne hanno bisogno) altre riserve. La rosa sarebbe più numerosa, ma due giocatori sono indisponibili, uno si è appena ‘svincolato’ e un altro ancora è stato trasferito al Sud. Fatto sta che il gioco degenera e la gara si trasforma in una partita di baseball. I lanci lunghi del nostro portiere, ultima carta da giocarsi vista la spaccatura tra attacco e difesa, vengono tutti intercettati da Arevalo Rios, nel frattempo arretrato in difesa, che genera uno spettacolare effetto-pinball. La palla viene proiettata oltre la troposfera e, una volta riatterrata, mette a nudo l’irregolarità del terreno con dei bizzarri rimbalzi rugbistici. Non concludiamo mai in porta, e ci va di lusso che segnino solo una rete, ancora con Cani, che sigilla un onesto e dignitoso 4-2 finale.

ABBRACCI – Al triplice fischio c’è spazio per un commovente terzo tempo. Abbracci, strette di mano, complimenti. Quando ricevi dei ringraziamenti non di circostanza, ma veri, sinceri, capisci quanto importava, per loro, questa semplice partita di calcio. E così, mentre rincorri la sfera, mentre marchi un avversario a gioco fermo, mentre ti posizioni in barriera o mentre esulti per un gol dei tuoi compagni, comprendi l’essenza educativa dello sport. Davanti a un pallone siamo tutti uguali; qualsiasi differenza, penale o giudiziaria che sia, seppur per un intervallo determinato, cessa di esistere.

Mentre vengono richiamati i ragazzi negli spogliatoi, Cani (il cui vero nome non può essere svelato, per la sfortuna degli osservatori) si gira e offre un assist ad un altro invito. “Vi aspettiamo per la rivincita!” – esclama col sorriso. Magari intendeva nel senso letterario del termine, e cioè “vincere di nuovo”. Ma a noi questo non dispiace. In fondo l’esperienza va oltre il risultato. E poi – direbbe oggi De Coubertin - l’importante non è vincere, è ripartecipare.

 




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